EREDITA’ & DEBITI TRIBUTARI

12/11/2018

Siamo  a luglio, luglio di quest’estate.  Mentre magari voi già ve ne stavate al mare a sfoggiare i vostri fisici “ronaldiani“, c’era ancora chi stava al lavoro e lavorava anche per voi. Si si, pure per voi.

Quei poveri giudici della cassazione, nell’afa di Roma, tutti sudati, a dover decidere chi cià ragione in una zuffa tra eredi ed agenzia delle entrate.

Cos’è successo?

Allora, per farla semplice: il de cuius nn presenta dichiarazioni dei redditi dal 1999 al 2005, l’agenzia delle entrate notifica avviso d’accertamento alle eredi, tre arzille signore.

Insomma, lui se ne è andato, e mo (come si dice a Roma) IVA, IRPEF e IRAP ve le pagate voi.

Ste tre signore, poverette, fanno ricorso, e la commissione tributaria regionale riconosce le loro ragioni.

L’agenzia delle entrate va avanti, e la questione arriva alla cassazione.

Qual è la tesi dell’agenzia e quella della signore?

Allora:

  • agenzia delle entrate: è sufficiente la chiamata all’eredità per poter essere chiamati al pagamento del debito tributario. Tale assunto, si afferma, troverebbe sostegno nella disciplina dei tributi in materia di imposte di successione
  • chiamate all’eredità: no, solo se accetto l’eredità divento erede e, quindi, potrei essere chiamato a pagare. Non è il nostro caso, però, perché noi abbiamo rinunciato all’eredità.

Entrano in gioco i giudici, che tra afa e sudore alla fine si pronunciano, mentre voi ve ne stavate al mare.

Cosa ci dicono d’interessante?

Beh, tutto molto interessante e confermano un orientamento direi consolidato.

  1. Si diventa eredi solo per chiamata all’eredità (tranne l’ipotesi di possesso di beni ereditari ex art. 485 c.c.)
  2. Spetta a chiunque vi abbia interesse (quindi anche al creditore) dar prova che il chiamato abbia (in qualsiasi modo) accettato e, quindi, assunto la qualità di erede.
  3. A tale principio non fa eccezione nemmeno la normativa fiscale in materia di imposta di successione, che prevede che sia assoggettabile ad imposta solo chi ha accettato l’eredità, e nn il solo chiamato.
  4. La presentazione della dichiarazione di successione, di per sé, nn rappresenta accettazione dell’eredità

Vicenda chiusa, tutti al mare.

M

(Vedasi Cassazione civile, ordinanza n. 17970 del 9 luglio 2018)

IL PIR & LA SUCCESSIONE EREDITARIA

 

La raccolta dei Pir potrebbe raggiungere i 70 miliardi di euro nei prossimi 5 anniin merito alla raccolta del 2017 non c’è “ragione di credere che non siano realistiche le stime tracciate dagli operatori di riferimento del mercato” a circa 10 miliardi di euro.

Parole di Fabrizio Pagani, capo della Segreteria Tecnica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Intervenuto alla Small Cap Conference 2017 di Borsa Italiana.

A meno di un anno dalla genesi, il PIR, lo dicono i numeri, corre….

E allora, colloquio CONSULENTE-CLIENTE:

CONSULENTE: Investendo con i PIR si può il ottenere 100% di esenzione dalla tassazione sui redditi da capitale, sugli interessi, sulle cedole e sui i dividendi generati dall’investimento. Inoltre i PIR sono esenti dall’imposta di successione.

CLIENTE: Interessante…. ma che vincoli ho?

CONSULENTE: Ai fini dell’esenzione deve mantenere l’investimento per almeno 5 anni.

CLIENTE: E se muoio prima?

CONSULENTE: I suoi eredi non pagheranno alcuna imposta di successione.

CLIENTE: Quindi se lascio eredi i miei figli non sono soggetti ad imposte di successione anche se superiamo il milione di patrimonio globale (case, aziende, per, ecc.)?

CONSULENTE: Esatto.

CLIENTE: E se erede è un fratello che ha una franchigia di € 100 mila?

CONSULENTE: La franchigia rimane intatta.

CLIENTE: E allora fammi capire tu che sai tutto… se vengo a mancare, mio figlio, o chiunque sia, non paga imposte di successione….  ma se vengo a mancare dopo 4 anni, e sto guadagnando 15milaeuro, l’erede ci paga il 26% sul mio guadagno?

CONSULENTE: ????????????????????????

L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che se fai il PIR oggi e vieni a mancare prima che siano decorsi i 5 anni previsti per l’esenzione fiscale, i tuoi eredi, oltre a nn pagare imposte di successione, manterranno l’esenzione, in quanto il piano s’interrompe per una causa imprevista. Quindi, per l’investitore il PIR ha un’esenzione “condizionata” (mantenimento per 5 anni), per l’erede il PIR prevede un’esenzione “globale ed incondizionata”.

Stay tuned

M.

 

 

 

 

LA COMUNIONE DEI BENI NELLE NUOVE CONVIVENZE

Come saprete, la legge 76/2016 (la Cirinnà) ha definitivamente fatto uscire le cosiddette “coppie di fatto” dalla “clandestinità” presso la quale erano segregate, attribuendone piena dignità giuridica attraverso la possibilità di poterle “registrare” presso l’anagrafe.

Il Legislatore, quindi (con decenni di ritardo), ha preso atto dell’esistenza del fenomeno sociale e si è allineato ad esso, tramutando in legge quello che già i giudici da tempo riconoscevano.

Tra le varie possibilità che vengono offerte alle coppie di fatto che accedono alla registrazione, vi è anche quella relativa alla possibilità di pubblicizzare (tramite, appunto, la registrazione) un contratto di convivenza.

Il contratto di convivenza può contenere tutte le regole relative ai rapporti patrimoniali tra conviventi.

A tal proposito, occorre tener presente che se tra i coniugi, in mancanza di diversa scelta, il regime patrimoniale della famiglia è quello della “comunione dei beni” e quello della “separazione” l’opzione, in presenza di conviventi la regola è inversa.

I conviventi, quindi, se non decidono diversamente, si troveranno in un regime di “separazione” dei beni, ma, volendo, come vale per i coniugi, posso scegliere il regime della “comunione”.

Come?

Occorre sottoscrivere l’accordo (contratto di convivenza) davanti al notaio o ad un avvocato, il quale dovrà poi trasmetterne copia presso l’anagrafe per la registrazione. Una volta registrato sarà reso pubblico e, quindi, opponibile ai terzi.

Gli effetti?

Beh, diversi. Uno, ed il più rilevante, va individuato nel fatto che tutti i beni acquistati, anche singolarmente, da uno dei conviventi, automaticamente diverrebbero di proprietà comune anche dell’altro. Da ciò consegue che, in caso di morte di chi, appunto, ha effettuato l’acquisto, l’altro ne mantiene la proprietà al 50% senza entrare per la successione ereditaria (necessariamente testamentaria, altrimenti il convivente non erediterebbe nulla) e pagare le imposte che ne derivano (per il convivente si applica l’aliquota massima e nessuna franchigia).

Altro aspetto positivo della scelta potrebbe essere quello di una tutela “automatica” del 50% del patrimonio (contro le aggressioni da parte di terzi) del convivente che fa l’acquisto e che, magari, svolge un’attività rischiosa.

Il lato negativo? Ahimè, la rottura del rapporto: se ci si lascia, il patrimonio va diviso “fifty-fifty”.

 

 

AUMENTO DELLE IMPOSTE DI SUCCESSIONE? PROVIAMO A PENSARE AD UN TRUST

Probabilmente dovremo abituarci a smettere di pensare al trust come a qualche cosa di “astrofisico”, considerandolo, piuttosto, per quello che è: uno strumento giuridico duttile e malleabile, adattabile a svariate esigenze patrimoniali.

Come si è avuto modo di evidenziare nel precedente articolo, la prossima legge sul “dopo di noi” lo sta ufficialmente sdoganando quale strumento utile a gestire patrimoni nell’interesse di persone con gravi disabilità.

L’utilità del trust potrebbe essere apprezzata anche in relazione al possibile aumento delle imposte successorie, in alternativa alla classica donazione.

Il trust, infatti, ci consentirebbe di trasferire “patrimonio” oggi (come pure la donazione), alle condizioni attuali, ma col vantaggio (rispetto alla donazione) che i beni conferiti in trust non entrerebbero direttamente ed immediatamente nella disponibilità del beneficiario.

Il trustee (il gestore dei beni in trust) potrebbe essere incaricato di gestire immobili, prodotti finanziari, aziende, nell’interesse dei beneficiari già individuati, ma di trasferirne la proprietà e la libera disponibilità in un momento successivo.

Ciò comporterebbe un doppio vantaggio rispetto alla classica donazione.

I beni, infatti, perverrebbero ai beneficiari solo al momento più opportuno (ad esempio al raggiungimento della maggiore età o in seguito al raggiungimento di un titolo di studio, ecc.) e, quindi, sarebbero maggiormente “tutelati” rispetto a condotte del beneficiario stesso.

Oltre a ciò, il trust, diversamente dalla donazione, consente di ottenere una doppia protezione da attacchi esterni: a favore del disponente, che si spoglia dei beni (come pure nella donazione), ma anche a favore del beneficiario che non ne ha l’immediata disponibilità (diversamente dalla donazione).

Ovviamente, trust e donazione sono entrambi validi strumenti di pianificazione successoria e protezione del patrimonio e l’opportunità di sceglierne uno piuttosto che l’atro o, addirittura entrambi, non può che essere il risultato di una corretta e preventiva strategia patrimoniale col proprio consulente patrimoniale di fiducia.

In definitiva, quindi, gli strumenti (giuridici) non mancano, quello che manca, purtroppo, è quasi sempre la strategia patrimoniale.