IL DIRITTO DI ABITAZIONE DEL CONVIVENTE SUPERSTITE

Vedi il titolo che ho scritto?

…..leggilo bene… è’ sbagliato….

…. lo sapevi vero?

Per chi nn ha l’occhio allenato passa inosservato, ma per te no, lo so….

E in effetti, la cosa viene chiarita proprio in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate, nella risposta ad interpello n. 37.

L’Agenzia chiarisce quello che secondo me era già chiaro… poi, però, va oltre, e ci spiega un qualche cosa in più…

Come risaputo, oramai, in seguito all’ introduzione alla legge “Cirinnà” (Art. 1, c. 42, L. 76/2016) al convivente superstite viene riconosciuto il diritto di abitare sulla casa di proprietà del partner deceduto e adibita a comune residenza, per un periodo proporzionale alla durata della convivenza.

Stessa cosa del coniuge superstite quindi?

No, assolutamente no.

Qui nn si tratta di un diritto “reale” ricevuto per successione… nn si tratta, cioè, del “diritto di abitazione” quale diritto su cosa altrui, ma di un semplice “diritto di godimento” (temporaneo) su cosa altrui….

Ecco, quindi, che il titolo corretto nn sarebbe “il diritto di abitazione”, ma “il diritto di abitare”….

Il diritto di abitazione del coniuge superstite, inoltre, è un legato (ex lege), quindi un diritto ereditario, mentre il diritto di abitare (godimento) del convivente nn è un diritto ereditario….

….e proprio agganciandosi a tale differenza, l’Agenzia precisa che tale diritto (del convivente superstite) nn deve essere inserito nella dichiarazione di successione da parte degli eredi….

….l’Agenzia, poi, partita di slancio nn si ferma più… e precisa che al fine del riconoscimento dello status di convivente, in mancanza della registrazione all’anagrafe, e addirittura della mancanza della residenza anagrafica nella casa del defunto, è sufficiente….. un’AUTOCERTIFICAZIONE!

Capito?

M.

 

 

 

 

 

 

…le prime comunicazioni (post-ferie)

…fine agosto/inizio settembre…le vacanze (per molti) oramai archiviate, ritorni in uffici ancora assolati, tra strade e viali ancora a mezzo servizio, qualche postit che ci aspetta, un’agenda da rispolverare, le prime telefonate a clienti e colleghi x riprendere da dove si era rimasti…

…e allora eccomi con le prime comunicazioni:

  • “LA MAPPATURA DEI RISCHI NEL CICLO DI VITA PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA”  (Rimini 13 settembre, Ancona 14 settembre, Perugia 15 settembre, Brescia 23 settembre, Genova 11 ottobre, Livorno 12 ottobre, Vicenza 16 novembre, Palermo 29 novembre, Catania 30 novembre);
  • “PATRIMONIA ROMA” (8 novembre);
  • “PATRIMONIA MILANO” (24 NOVEMBRE).

info ed iscrizioni: www.ffeventi.it

Rispolverate le agende….save the date…ci risentiamo prox settimana.

M.

LA COMUNIONE DEI BENI NELLE NUOVE CONVIVENZE

Come saprete, la legge 76/2016 (la Cirinnà) ha definitivamente fatto uscire le cosiddette “coppie di fatto” dalla “clandestinità” presso la quale erano segregate, attribuendone piena dignità giuridica attraverso la possibilità di poterle “registrare” presso l’anagrafe.

Il Legislatore, quindi (con decenni di ritardo), ha preso atto dell’esistenza del fenomeno sociale e si è allineato ad esso, tramutando in legge quello che già i giudici da tempo riconoscevano.

Tra le varie possibilità che vengono offerte alle coppie di fatto che accedono alla registrazione, vi è anche quella relativa alla possibilità di pubblicizzare (tramite, appunto, la registrazione) un contratto di convivenza.

Il contratto di convivenza può contenere tutte le regole relative ai rapporti patrimoniali tra conviventi.

A tal proposito, occorre tener presente che se tra i coniugi, in mancanza di diversa scelta, il regime patrimoniale della famiglia è quello della “comunione dei beni” e quello della “separazione” l’opzione, in presenza di conviventi la regola è inversa.

I conviventi, quindi, se non decidono diversamente, si troveranno in un regime di “separazione” dei beni, ma, volendo, come vale per i coniugi, posso scegliere il regime della “comunione”.

Come?

Occorre sottoscrivere l’accordo (contratto di convivenza) davanti al notaio o ad un avvocato, il quale dovrà poi trasmetterne copia presso l’anagrafe per la registrazione. Una volta registrato sarà reso pubblico e, quindi, opponibile ai terzi.

Gli effetti?

Beh, diversi. Uno, ed il più rilevante, va individuato nel fatto che tutti i beni acquistati, anche singolarmente, da uno dei conviventi, automaticamente diverrebbero di proprietà comune anche dell’altro. Da ciò consegue che, in caso di morte di chi, appunto, ha effettuato l’acquisto, l’altro ne mantiene la proprietà al 50% senza entrare per la successione ereditaria (necessariamente testamentaria, altrimenti il convivente non erediterebbe nulla) e pagare le imposte che ne derivano (per il convivente si applica l’aliquota massima e nessuna franchigia).

Altro aspetto positivo della scelta potrebbe essere quello di una tutela “automatica” del 50% del patrimonio (contro le aggressioni da parte di terzi) del convivente che fa l’acquisto e che, magari, svolge un’attività rischiosa.

Il lato negativo? Ahimè, la rottura del rapporto: se ci si lascia, il patrimonio va diviso “fifty-fifty”.